“Una persona eccezionale. Anzi speciale, senza ombra di dubbio”. Dino Fava vota Roberto Breda. In un’intervista rilasciata al Quotidiano La Città di Salerno, l’ex attaccante granata, tra i calciatori più esperti della squadra allenata proprio dal trainer trevigiano nella sua prima avventura all’ombra dell’Arechi, punta sulle qualità umane, prima ancora che professionali, del nuovo tecnico chiamato a cercare di risollevare le sorti della Bersagliera. Che proprio con Breda in panchina nella stagione 2010-2011 ha vissuta una delle stagioni più complicate della propria storia, tra infinite difficoltà societarie e la bruciante sconfitta in finale playoff con il Verona al termine del doppio confronto che metteva in palio la promozione in serie B. Categoria che ora la bandiera dell’ippocampo dovrà provare a difendere.
Corsi e ricorsi storici?
Anche noi ci trovavamo in una situazione molto complicata, stavamo compiendo un miracolo sportivo incredibile. Perché, al netto delle difficoltà che tutti poi hanno conosciuto, abbiamo trovato un allenatore bravo, ma dal punto di vista umano fantastico. Non voglio sminuire le sue professionalità, ma raramente nel calcio ho incontrato tecnici con dei valori simili, e sono stato allenato anche da nomi importanti.
Scelta giusta quindi?
Sì, può essere l’uomo giusto. Serve uno come lui, in momenti così delicati lui sa bene che i calciatori hanno bisogno di ritrovare tranquillità, serenità. A Salerno in periodi del genere il pallone può scottare, e poi la piazza gli vuole bene, magari può garantire un po’ di supporto in più mettendo da parte il malcontento per una situazione negativa. Le sue doti anche a livello psicologico, mentale, potranno essere decisive. E poi noi con lui abbiamo fatto molto bene anche a livello di campo.
Che tipo di tecnico è?
Ricordo che partimmo con il 3-5-2, che poi è rimasto uno dei suoi sistemi di gioco preferiti, ma non è un integralista, anzi. Infatti dopo un po’ passammo al 4-3-3 e iniziammo ad andare davvero forte, con due frecce come Fabinho e Ragusa sugli esterni e io a centro a cercare di lavorare per loro e spizzare palloni alti per favorire gli inserimenti. Fu al netto di tutto un ottimo campionato, purtroppo chiuso non nel modo che tutti speravamo. Anche perché dopo alcune incomprensioni la città capì come stavano le cose e ci garantì un supporto incredibile.
Che ricordi ha di quell’annata?
Attraversammo un momento difficilissimo, non venivamo pagati per mesi, e posso assicurare che c’erano tanti ragazzi giovanissimi che ne avevano davvero bisogno. Inizialmente i tifosi se la prendevano con noi calciatori, poi le situazioni divennero chiare per tutti. Si creò sintonia unica, ancora oggi prendono esempio quella squadra quando si parla di attaccamento alla maglia e simbiosi con la gente. Ora si deve riprovare a creare quel clima, capisco che non è semplice, ma forse Breda può riuscire anche in questo, ora si deve voler bene alla maglia, questi sono i momenti del supporto incondizionato.
Quanto fu importante l’approccio di Breda?
Credo che il fatto di esser stato a sua volta calciatore, e di non aver smesso da tanti anni, lo abbia aiutato molto. Non nascondo che i casini furono tanti, anche nello spogliatoio, ma lui a dispetto della giovane età e della prima esperienza tra i grandi fu veramente abile a destreggiarsi, ed era un gruppo al quale non mancavano elementi con personalità forti. Invece su abilissimo, specie gestendo situazioni di esclusione dalla rosa, rivoluzioni di mercato, ritorni dopo periodi ai margini e quant’altro.
Da ex attaccante un giudizio sul momento di crisi delle punte granata…
Non voglio difendere la categoria, ma io dico sempre che è troppo facile puntare il dito sugli attaccanti. Si deve vedere la squadra come lavora, quante occasioni i compagni creano, insomma non è detto che sia un problema di interpreti, ma piuttosto collettivo. Se si aggiusteranno le cose anche i gol degli attaccanti torneranno ad arrivare.


